Robot

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Sul tavolo di lavoro c’erano trucioli di rame e meccaniche da orologio, Alfred se ne stava lì ad assemblare qualcosa. I suoi occhiali multi-lente erano ben fissi sul viso adiposo che possedeva, come i suoi occhi lo erano su ciò che stava sperimentando. Era concentrato, il sudore rifletteva la luce aranciata della lanterna biomeccanica poggiata di fianco e i cacciaviti sparsi, circondavano la sua mano mentre ne usava uno per fissare una meccanica; poi un’altra e un’altra ancora.
Farò qualcosa di diverso, qualcosa di nuovo, – pensava – qualcosa che… avvitò più forte, fissandone una. – funziona.
Alfred era solitario, pensava che probabilmente per via del suo genio, non avrebbe mai trovato una donna in grado di capirlo. Usciva di casa solo per prendere da mangiare, per poi tornare e continuare i suoi lavori; che poi avrebbe venduto nella sua casa-bottega. I bambini amavano il suo negozio, era un vero e proprio mondo fantastico, pieno di giocattoli meccanizzati e trenini a vapore funzionanti. Quando vedeva il sorriso di quei visi innocenti, pieni di fantasia, desiderava solo avere un figlio proprio; a cui poi avrebbe costruito i giocattoli più belli mai visti. Questo pensiero gli frullò in testa per molto tempo, e gli diede un idea.
Dopo aver formulato e abbozzato il progetto, avendolo variato più volte negli anni, si mise d’impegno e si isolò nello studio dietro alla bottega.
Stava lavorando già da molte ore, ma non se ne rendeva conto – Ci sono quasi. Pensava, e mentre lo faceva, piccoli occhi fra le sue mani parevano fissarlo; poi ne avvitò uno e poi l’altro.
Ecco qua. Squadrò quel che stava sviluppando, ed un sorriso gli si formò sul volto.
Bevve un sorso di caffè ancora caldo, che un automa gli aveva preparato, accarezzandosi la barba che gli stava ricrescendo e contemplò per qualche istante quella creatura di rame che pian piano prendeva forma. – Non sei un giocattolo – Pensò a voce alta. – …sei molto di più.
Attaccò l’ultimo braccio e prese un tubo flessibile, che era attaccato ad un macchinario a pressione che produceva vapore, e lo avvitò a quel corpicino meccanico.
E’ arrivato il momento, – sospirò – è ora. Girò una manopola per far uscire il vapore, fino a che il contatore della pressione non raggiunse il valore adeguato, poi chiuse e tolse il tubo.
I suoi occhi erano lucidi, vampate di calore gli galoppavano lungo il corpo ed una leggera ansia lo abbracciò attorno alla gola. Era il momento di accendere il congegno che duramente aveva ideato e costruito.
Fece scattare una piccola leva posta sul creato, e lo mise in piedi.
L’ansia si fece più intensa, quell’anatomia meccanica non fece nulla. Per qualche istante Alfred vide il mondo crollarsi addosso.
Disperato e deluso si accovacciò su se stesso e chiuse gli occhi, con desiderio di piangere.
Ma ad un certo punto, un leggero fischio di vapore; alzò la testa curioso e aprì gli occhi.
Una gamba si mosse a scatti e fece un passo, poi la testa cilindrica fatta di rame si girò e guardando il vecchio inventore, batté le palpebre. Un afflusso di gioia lo percosse – Ce l’ho fatta! Un grido echeggiò nella stanza mentre i suoi denti, di un colore tutt’altro che bianco, erano ben visibili in una larga risata di gusto.
Ho animato… l’inanimato. Disse, con voce fiera, mentre il bambino meccanico da lui creato apprendeva il mondo Umano.


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