Distopia


Desidera altro, signore? Il Bot-cameriere ha voce gentile, ma solo per programmazione, una faccia come la mia è meglio evitarla e di certo non è da trattare con gentilezza, in fin dei conti è solo una macchina.
Sarà la seconda tazza di caffè che bevo ma il mio fisico ancora non reagisce. – No, grazie.
E’ meglio non spendere ulteriori soldi per dell’acqua nera, inserisco un paio di dollari e lascio il resto a qualche fortunato che passa a prendersi qualcosa.
Qui fuori c’è un clima apatico, come me del resto. Mi accendo una sigaretta per seguire il mito del “digerire il caffè” e una leggera brezza mi asciuga gli occhi, in lacrimazione eccessiva per la notte in bianco passata a fissare lo schermo del pc. Non ho dormito e lo ammetto, sono poco lucido, ma la città così sporca non l’avevo mai vista ed io vivo qui, in questa spazzatura. A quarant’anni non ho concluso che questo? Uno scrittore, di cui i personaggi letterari, han vissuto di piùma com’è possibile? Ci credo che le donne sono finite per scappare dalle relazioni che rammento. Sono confuso, del resto sono solo le sette e mezzo del mattino e questi teoremi di pensieri inutili già di prima mattina mi fanno venire voglia di bere.
Dopo la rivoluzione tecnologica i negozi, i bar e via dicendo sono scomparsi e tocca adattarmi ai distributori di “alcolici”, se vogliamo chiamarli così.
Arrivato di fronte ad uno di essi prendo un drink, una specie di Whiskey ma più annacquato. Lo sorseggio camminando per questa strada che mi appartiene quanto no. Il cielo è sporco proprio come l’asfalto, come se si rispecchiassero.
Lungo il marciapiede Roosevelt il Folle e la sua radio “Extraterrestre” striscia in cerca di carità, sbucando dai vicoli ai lati della strada, mentre di notte fugge da raggi marziani invisibili. Passando di fronte alle sue pupille madreperlacee senz’iride, lo osservo con la coda dell’occhio.
E’ finita… è finita… è finita. Dice con voce soffocata e roca come se fosse un lamento onirico, fissandomi dalla penombra. Faccio finta di nulla, comprendendo la sua sanità mentale tutt’altro che buona e continuo a camminare.
Fa freddo e l’alito condensa in nuvole biancastre, i cartelloni elettronici posti sui palazzi mostrano la perfidia del mondo rendendola quasi apprezzabile, mentre uccelli biomeccanici artificiali, fendono l’aria passandoci davanti. Ora però mi serve un bagno. Mi avvio verso la cabina pubblica più vicina.

Dopo una leggera corsa arrivo a destinazione. Entro.
Una cabina tutta automatica con voce di benvenuto incorporata, come se per far quel che devo fare avessi bisogno di simile cordialità. Mi siedo sul gabinetto, anch’esso meccanizzato con tanto di massaggio ai glutei e varie opzioni inutili. Di fronte, un teleschermo da contemplare come i vecchi giornali. Mentre guardo quel che passano in programmazione mi appare l’immagine di Roosevelt in mente, è davvero un personaggio difficile da dimenticare e forse ha ragione, forse davvero è finita, forse davvero questo mondo è destinato ad estinguersi per dar spazio ai Bot, che secondo i grandi poteri mondiali, sono più utili dell’uomo. Una persona come me, uno scrittore, che futuro ha in questa società? Finisco e faccio per tirare l’acqua quando un leggero dolore pungente cresce in maniera rapida ed invade la parte bassa del mio corpo, per poi diventare più intenso e prendermi anche il busto, le braccia, il collo, la testa, come se fossi caduto in un mare d’aghi. Una continua raffica di spasmi mi divora i muscoli e la mia pelle inizia ad ardere d’un calore sovrumano. E poi gli occhi, vedo a stento quello che c’è nello schermo, la vista si fa sempre più sbiadita mentre tremo per la scarica elettrica, ed un ultimo volto mi rassegna alla morte. Il Governatore che creò tutto questo, annuncia la sostituzione degli ultimi operai umani, con i Bot.

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