Humanoid

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Quadro di Peter Gric


Humanoid

Mentre il sole si levava dal sonno, il terreno pareva un intruglio di larve e viscidume organico, come se calpestato da piedi di giganti invisibili. Su di un ammasso di pietra, un uccello ciclope nero gracchiava nel silenzio beccando l’aria. Le molecole di ossigeno dense d’acqua velavano l’ambiente di un bianco sporco e la mono pupilla del pennuto brillò al primo raggio dell’alba plasmando ombre contorte. Come la luce di un Quasar, il sole, illuminò intensamente quella oramai finita notte lugubre ed il canto di alcuni passeri cominciò la melodia diurna. Il flusso di un torrente lì vicino accompagnava il volo di piccole libellule color cobalto e quello che prima fu oscuro, divenne colore. Pozze di acqua stagnante, putrescente, ospitavano organismi micro biomeccanici. Quel vento non vedeva respiro umano da lunghe ere ed una quiete prese il sopravvento in modo caotico. Nel miscuglio di quel sistema un leggero pulsare nel terreno smosse alcuni vermi ed insetti, rompendo l’uniformità della materia di cui era composto, ed un ingranaggio fuoriuscì arrugginito. Esitando, si trasformò in un dito, in due, in tre ed infine in una mano. Fece come per afferrare qualcosa, ma lascò che l’ignoto scivolasse fra le sue dita Biomeccaniche e con fatica sbucò fuori un Robot, di quelli per bambini ad intelligenza limitata. Gli occhi gli si illuminarono come se un energia cosmica gli avesse rigenerato il flusso elettrico nei circuiti. Sebbene l’umanità fosse scomparsa da molti millenni ed il sole, ingrandendosi, vaporizzò quasi completamente gli oceani del pianeta, questo automa sembrava essersi mantenuto in condizioni funzionali. Lo scheletro meccanico, gli occhi dalle pupille luminose ed il leggero derma di metallo, erano progettati per resistere ad estremi climatici ed ambientali fuori portata per un uomo. Grazie alla tecnologia raggiunta dagli ultimi uomini, perfino i “giocattoli” erano costruiti con materiali simili. Era dotato anche di memoria fotografica che poi trasmutava in ricordi neuro meccanici, ma l’Humanoid – così veniva chiamato questo modello – non ricordava nulla. Come un bimbo nei primi giorni di vita osservò e studiò il mondo che lo circondava arrancando ingenuo. Piano piano, toccando ed analizzando, cadendo e rialzandosi, apprese le basi del movimento. Osservando insetti divorarsi, nutrirsi e spegnersi, conobbe la sopravvivenza e la morte: intanto alcuni ricordi si fecero sfocati. Poi piegò lo sguardo verso il cosmo fluido ch’era l’universo e gettò una scansione catturando le informazioni necessarie per renderli ancora più nitidi. Mentre il tempo di caricamento avanzava, immagini divennero colorate nel suo cervello, dando forma sempre più a dettagli smossi. Un bambino, in quasi tutti i ricordi era presente un bambino. La scansione dei dati procedeva e piccole vibrazioni mentali davano suono ai mimi della sua bocca, la sua voce tanto dolce quanto il miele, il suo nome era Franklin. Poi vide il momento della prima accensione, le notti passate al suo fianco, le conversazioni fantasiose che solo un bimbo può pensare: i ricordi si fecero sempre più chiari. I segreti che Frankie gli sussurrava in silenzio strapparono un sorriso a quel suo viso artificiale. Poi le feste di compleanno, in cui veniva vestito da vari personaggi per poi giocare e giocare. Alcuni ritraevano la madre di Franklin che puliva il Robot, ed altri il padre che lo spegneva mandando a letto il bimbo. Poi altri ed altri. La raccolta dati era quasi terminata quando un’immagine di Frankie, in lacrime di paura, ritraeva il trasporto del suo amico meccanico in giardino, frettoloso, ripetendo incessantemente che sarebbe tornato a riprenderlo. Rumori di caos ed esplosioni di sottofondo. Singhiozzando dal pianto lo poggiò in un’oscurità all’Humanoid ignota – Tornerò a riprenderti… Poi manciate di terra apparvero in rapsodie sempre più oscure, il volto di Franklin sempre più rarefatto ed invaso da grumi di terra, poi buio ed il caricamento fu completo.


Licenza Creative Commons
Humanoid diAnasse Nabil è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

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