I’m Be Boppin too. Extra: Improvvisazione Sax

Beksinski - kartiny -070

Zdzisław Beksiński


I’m Be Boppin too.

Era mezzanotte forse, e la luce argentata della luna trafiggeva alla perfezione la finestra poco sopra al mio divano. Cinguettii di uccelli notturni, impazziti, tra i rami dell’ulivo che stava lì vicino al lampione di luce senape, deliravano in maniera quasi spaventosa. Ricordo che quella notte ci furono stelle ben visibili, se non da sfondo al passaggio di qualche nuvola in viaggio, e l’immagine di tanta meraviglia mi tranquillizzò subito. Me ne stavo seduto a fissare quell’immensità e sorseggiavo sigarette brevemente, cosicché, secondo la mia opinione, durassero di più. Chiusi gli occhi e iniziai quello che fu un viaggio nel sospeso, nel vuoto immateriale, sentivo che la mia pelle veniva accarezzata da mani invisibili, impossibili, data la loro delicatezza pura che sfiorava i peli del mio avambraccio. Sentii la paura, ma fu questione di attimi prima che scomparisse lasciandomi cullato nel Jazz di tarda notte, mentre pipe in ottone esplodevano in risate e pianti strazianti, mentre le corde vocali di qualche dea si liquefacevano in pathos esilaranti, tristi, potendo quasi percepire il dolore dei campi di cotone; ma come faccio a dirlo io, non potrei. Ogni tanto penso a quanto il tempo passa in fretta, quasi distorta ogni sua misura di calcolo, per diversità di momenti, come se per ogni azione che compio, andassi ad infierire sulla dimensione in cui mi trovo, per quel piccolo istante è come se distorcessi il tempo, modificandone la percezione. Come flussi sanguigni i miei pensieri, che fluiscono nelle arterie del subconscio deframmentandosi in piccoli ricordi che poco a poco svaniscono, ma ogni tanto, come quella notte, alcuni del me stesso che non riesco a definire compaiono all’improvviso. Come un morbo, si propagano nei sistemi del mio cervello, sputando sui dati da me raccolti nel corso della vita e stropicciandoli. Mi sento come se dovessi conoscere quell’altra, di vita, che non ho mai visto – o forse sì. Ricordo che in quegli attimi ho sognato la mia donna, per la quale provo un insensato amore, ma non rammento il suo volto; aveva i capelli calpestati su della fanghiglia, quella notte, nuda e sporca di fogliame umido. Ma sono tante le immagini che mi compaiono, lei ne è solo un frammento.

Poco dopo entrai in una taverna, all’interno ci furono persone dagli occhi privi di coscienza, alcuni sassofonisti bruciavano le rotture di ance fin troppo sbranate, poggiate su monete che poi andarono a barattare per qualche sorso di debolezza. Il gatto, di un grigio sporco ed elegante, sussurrava passetti arguti lungo il pavimento in legno tarlato, mentre io e le mie scarpe in pelle marrone avanzavamo verso il bancone, arrancando. Non ricordo il motivo della mia stanchezza – ma infine, sono solo pezzettini di memorie a me ignote.



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